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Riye, lambì, dzouyì d'eun cou

Questa pubblicazione, che è stata finanziata con la legge n. 482 del 15 dicembre 1999, che prevede la tutela delle minoranze linguistiche storiche, è inerente alla ricerca Riye, lambì, dzouyì d'eun cou, realizzata dalla scuola primaria Octave Bérard di Oyace-Bionaz, in occasione del 55° Concours scolaire de patois Abbé J.-B. Cerlogne (anno scolastico 2016-2017).

Si propone, da un lato, di valorizzare il lavoro svolto dagli alunni e dagli insegnanti, al fine di premiare il loro impegno, la qualità del risultato finale e l'interesse che suscita e, dall'altro, di incoraggiare nuove produzioni in francoprovenzale che possano contribuire alla prosecuzione, di anno in anno, della bella avventura del Concours Cerlogne.

In questa pagina, è possibile scaricare il libro nella sua versione originale e prossimamente anche la sua traduzione in lingua francese e in lingua italiana, nonché le registrazioni fatte dai bambini e dalle maestre della scuola primaria di Oyace-Bionaz.

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Il libro

Questo libro, interessante e piacevole, ci invita a scoprire gli scherzi, i giochi e i divertimenti prima dell'arrivo della playstation, nella vita quotidiana di un villaggio, dove la stalla e la latteria erano ancora luoghi di incontro e dove le véillà offrivano molte occasioni per divertirsi: il tutto, sotto il segno del patois!

Alla véillà

D'inverno, in molti abitavano nella stalla per risparmiare legna da ardere. A volte facevano delle veillà coi vicini: le donne filavano, le ragazze sferruzzavano calze di lana, gli uomini fabbricavano scope o aggiustavano gli attrezzi agricoli, i ragazzi scolpivano, i bambini giocavano con mucche di legno. Nel frattempo si raccontavano storie, le ultime novità del paese e qualche barzelletta che faceva ridere tutti quanti.

Nei giorni di festa, le domeniche pomeriggio o i sabato sera, i giovani, ragazzi e ragazze, si ritrovavano in una stalla o in una stanza dove c'era qualcuno che suonava l'armonica, così tutti ballavano e cantavano insieme. Tutti erano felici e contenti e, a volte, tra i giovani si formavano anche delle coppie che si innamoravano.

La sorella di Nicco

Lo zio Nicco con suo fratello Miquì, durante una veillà, ha chiesto alla sorella più piccola di andare a prendere le sigarette sull'Ape che si trovava nel piazzale de “La Crita”. Mentre la sorella era fuori, hanno tolto le lenzuola dal letto e le sono andati incontro mettendosele in testa. Quando la sorella li ha visti, ha esordito a voce alta: “Vedo bene?”. Dopodiché, i due si sono mossi, così lei ha iniziato a urlare e a correre ed è andata a nascondersi in camera sua. I due ridevano come matti.

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Al bar

Il maiale di Mille Mattì

Un giorno, il papà di Alessio e Renato, Mille Mattì, aveva acquistato un piccolo maiale per metterlo all'ingrasso e farne salumi. Per portarlo a casa, l'aveva messo in un sacco. Lungo la strada (una volta si andava a piedi) si era fermato a bere un goccio al bar di “Dzouin-o”. Quando è ripartito, ha ripreso il sacco con il maiale ma, dopo aver fatto un paio di metri, il maiale è riuscito ad uscire dal sacco ed è scappato. Tutte le persone che l'hanno visto, sono accorse ad aiutare Mille a riacchiappare il maiale che, dalla paura, grugniva e correva da tutte le parti. Sono, infine, riusciti a fermarlo e a rimetterlo nel sacco. Non avevano mai riso così tanto!

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Il carnevale

Il Tocque e la Tocca

A carnevale erano il Tocque e la Tocca quelli più folli e che più facevano ridere: la Tocca dava l'ombrello o la scopa sulla schiena o sulla testa del Tocque perché guardava le altre fanciulle presenti e toccava loro il sedere!

A Carnevale, ci si divertiva a fare i dispetti alle persone: si tiravano i coriandoli addosso e qualche volta, finivano in bocca. Spesso ne infilavamo una bella manciata giù per la schiena e nel decolleté, se era una ragazza, o nei pantaloni, se era un ragazzo. Così le persone erano obbligate a spogliarsi prima di entrare in casa, altrimenti, i coriandoli finivano ovunque ma, soprattutto, davano fastidio: solleticavano e si attaccavano alla pelle.

Un tempo a Carnevale ci si mascherava più spesso, non come ora che lo si fa un giorno solo. Durante tutto il periodo di Carnevale c'era qualcuno che si mascherava: i bambini, il giovedì; i giovani, che andavano a fare scherzi alle ragazze o ad altra gente, la sera. Un anno, papà Corrado e un paio di suoi amici volevano acciuffare lo zio Dario, ma non ci riuscivano mai. Una sera, si sono travestiti, sono saliti a Bionaz e si sono nascosti nella stalla del papà di Dario. Quando Dario è rincasato, è passato a controllare le mucche nella stalla come era solito fare. Appena vi è entrato, l'hanno acchiappato e l'hanno picchiato. Subito, Dario si è arrabbiato, poiché si era spaventato. Ma dopo averli riconosciuti, hanno riso tutti insieme e hanno brindato.

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In montagna

La lattina della conserva

In montagna, d'estate, per divertirsi, i giovani che avevano già un po' di malizia, facevano degli scherzi ai più piccoli o ai più sempliciotti. Un'estate, a Béryì, uno dei fratelli della maestra Lucia, Carluccio, e un altro ragazzo, Alessio, ne hanno combinata una a Henry de Blanc che si occupava dell'irrigazione dei prati. Hanno preso una lattina rossa di conserva, vuota, l'hanno riempita di acqua e l'hanno appesa con un filo di ferro al tetto, che era piuttosto buio, proprio in direzione del letto di Henry. Lucia e il fratello più piccolo, Amato, si erano accorti di ciò che gli altri volevano fare, ma non potevano dire nulla, altrimenti, sarebbero stati ripresi. Dopo pranzo o la sera, quando Henry andava a riposarsi, uno dei due, saliva sul tetto e tirava il fil di ferro, così l'acqua bagnava Henry. L'uomo pensava che il tetto avesse una perdita, poiché era vecchio e pieno di infiltrazioni. Finché un giorno non si è accorto del barattolo di latta pieno d'acqua, così si è arrabbiato con noi, più piccoli. Il nonno Bréze ci ha sgridati, anche se non eravamo stati noi a fare lo scherzo. Carluccio e Alessio ridevano come matti.

Il toro di Bréze

Il nonno della maestra Lucia, Bréze, che era sordo dall'età di 20 anni, era il proprietario dell'alpeggio di Béryì, a Bionaz. I giovani che erano in alpeggio con lui, Pierino Metsì e il nipote Carluccio, a volte, si divertivano a fargli qualche scherzo. Una sera, dopo aver ritirato le mucche nella stalla, hanno messo, di proposito, il toro al posto di una mucca. La mattina dopo, quando sono andati in stalla a mungere le mucche, Bréze si è seduto accanto al toro pensando fosse una mucca. Quando si è accorto che non c'era la mammella, ridendo, ha detto: “Caspita, che strano: non ha la mammella!”. I ragazzi ridevano a crepapelle.

Il frangicagliata

Quando papà Corrado era giovane, in estate andava in alpeggio a Crotte e c'era anche Ugo. Papà e Ugo erano molto complici e amavano fare scherzi agli altri. Spesso, nascondevano il frangicagliata o il termometro a Roberto, il fratello di Corrado, che faceva il casaro. Roberto non poteva iniziare il lavoro perché doveva cercare gli attrezzi. I due, nel frattempo, ridevano sentendo Roberto imprecare. Un giorno Roberto li ha sorvegliati e quando li ha pizzicati nel fare lo scherzo, ha fatto loro sbattere la testa contro la caldaia. Da quel giorno è passata loro la voglia di fare marachelle.

A casa

La pipa di Piére di Mèinotte

Piére di Mèinotte era uno zio della maestra Lucia, lui fumava la pipa e masticava il tabacco. Era un uomo molto preciso che amava l'ordine e che non aveva fretta. La moglie, Angelina, al contrario, era una donna dinamica e a cui piaceva molto ridere. Un giorno d'estate, nel periodo della fienagione, Piére, arrivato nei campi, aveva sistemato il sacchetto del tabacco e la pipa su una pietra piana, lungo il sentiero in fondo al prato. Di tanto in tanto faceva un tiro di pipa. Quando è rientrato a casa, dopo aver terminato il lavoro, era nervoso perché non era più riuscito a trovare la pipa e il sacchetto del tabacco. Così ha chiesto a noi bambini se avevamo preso le sue cose, ma noi non ne sapevamo nulla. Piére diventava matto e borbottava. Angelina, la moglie, rideva, poiché era stata lei a fare lo scherzo. Lo ha lasciato due giorni senza fumare prima di fargli ritrovare il sacchetto del tabacco e la pipa sulla finestra del gabinetto. Povero Piére!

La gallina di Ida

Elvio, il nonno di Sally e Alaska, quando era piccolo, era molto immaturo e birichino. Ne combinava di tutti i colori. Un giorno, quando sua mamma Ida è andata a dare da mangiare alle galline, non ne ha più trovata una. Ha pensato che la volpe gliela avesse portata via. Dopo un paio di giorni, quando è ritornata in stalla a dare da mangiare alle galline, ha sentito becchettare sotto la gerla. L'ha sollevata e lì sotto c'era la gallina che aveva perso. Quando la mamma ha raccontato cos'era successo, Elvio faceva finta di non saperne nulla…ma si vedeva che gli veniva da ridere. Così tutti hanno capito che era stato lui a nascondere la gallina e si sono messi a ridere.

La paglia…o la segatura

Un tempo, quando una ragazza si sposava, se aveva avuto altri fidanzati prima dello sposo, era abitudine nel paese che, la vigilia del matrimonio, i giovani prendessero della paglia o della segatura e, quando tutti dormivano, lasciavano una scia di paglia fin davanti alla porta di casa dell'ex fidanzato, partendo dalla casa della sposa. La mattina, quando si svegliavano, tutti vedevano il caos per le strade del paese e ridevano.

Gli scherzi di una volta

Il pagliericcio

Gli scherzi più comuni che venivano fatti erano:

-         Nascondere il pagliericcio che le donne avevano messo al sole ad asciugare, così che la notte dovevano dormire sulle assi del letto;

-          Bussare ai vetri delle finestre e nascondersi quando qualcuno si affacciava;

A volte si rideva anche in occasioni particolari:

      -        Quando il gallo correva anche dopo che gli avevano mozzato la testa: gli                     adulti dicevano che il gallo correva dietro ai bambini, così loro si spaventavano             e scappavano a nascondersi e gli adulti ridevano nel vedere la reazione dei                 bambini. 

Nella stalla

I manzi di Payinne

Cesarino e sua sorella Gasparina, detta Payinne, avevano una stalla a Plasse, a Bionaz. Nella stalla, insieme alle mucche, c'erano anche due manzi con la testa bianca. Un giorno, nonno Cesare e il suo amico Mario hanno pensato di farle uno scherzo: hanno preso di nascosto dell'inchiostro nero e hanno imbrattato le teste dei due manzi. Il mattino dopo, Gasparina, è andata come sempre in stalla a dare il fieno agli animali ma, quando si è avvicinata ai due manzi, è rimasta a bocca aperta perché non li ha riconosciuti: erano completamente neri! Così ha dato loro da mangiare, pensando che non fossero loro. Nello stesso momento, nonno Cesare e Mario, che si erano nascosti dietro la stalla, ridevano a crepapelle.

La fraschera

Una volta quasi ogni famiglia aveva cinque o sei mucche. D'inverno, per dare da mangiare alle mucche che si trovavano nella stalla, tagliavano il fieno dalla catasta con il tagliafieno e ne mettevano una razione per il pasto di una mucca nella fraschera (detta anche baita): due assi e una corda con la tròclea per stringere. Il mattino, preparavano per il pasto della sera e sul tardi preparavano per il mattino successivo. Lasciavano la fraschera piena davanti alla stalla. Di tanto in tanto, i bambini un po' più grandi, per divertirsi, di nascosto slegavano la tròclea; così quando prendevano la fraschera, per portarla sul pavimento nella stalla, il fieno si sparpagliava ovunque. I ragazzi ridevano, i vecchi brontolavano!

Il fienile

Un tempo, Don Camillo, vecchio parroco di Asse, tutte le domeniche sera, faceva i vespri e c'era Tchaafeun che, quando erano terminati, si recava nel piazzale a chiacchierare. Una volta, si è fermato troppo a lungo ed è arrivato tardi per dare da mangiare alle mucche. Quando Isolina (la mamma dello zio) ha sentito il rumore degli zoccoli di Tchaafeun che correva nel fienile, lo ha chiuso dentro, così da farlo tardare nel portare il latte alla latteria. Quando è riuscito ad aprire la porta del fienile, Tchaafeun è uscito e l'ha rincorsa. Quando l'ha presa, le ha dato una pacca sul sedere talmente forte da lasciarle il segno sulla coscia per due settimane. Isolina non aveva più così voglia di ridere!

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Alla latteria

Gli stivali

Un tempo, un casaro, dopo aver raccolto la cagliata per la fontina, ha nascosto un bastone nella caldaia e ha lasciato gli stivali appesi ad esso per far credere che vi fosse caduto a testa in giù. Il mattino seguente, è arrivata una donna a portare il latte alla latteria e quando ha visto gli stivali che sbucavano dalla caldaia, è andata a chiamare qualcuno per tirarlo fuori. Prima che tutti accorressero, il casaro si era nascosto. Non appena il vicino e la moglie del casaro sono arrivati, si sono avvicinati alla caldaia e quando si sono resi conto che era uno scherzo, sono scoppiati a ridere sollevati. Nello stesso momento, il casaro è entrato e la moglie gli ha detto : “Hai buontempo, mi farai morire prima del tempo!”.

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Filastrocche

Grande fronte, piccola fronte
Grande orecchio, piccolo orecchio
Grande guancia, piccola guancia
Naso “cancàn”
Bocca d'argento
Mento fiorito
Guarda su:
Chicchiricchì.

Grande fronte, piccola fronte
Grande occhio, piccolo occhio
Grande orecchio, piccolo orecchio
Pometta, rozetta,
Naso “cancàn”
Bocca d'argento
Mento fiorito
Guarda su
Chicchiricchì

Coccinella, coccinellina
Lava i piatti e scopa casa,
Fai il letto e sdraiati
Solleva le gambe e sculacciati,
Tutta da sola

Coccinella
Coccinella vola
Mantello da sposa
Se voli
Domani sarò sposa
Se non voli
Domani non mi sposerò

Trotta trotta mio asinello
Fino al ponte di Chesallet
Porta da bere all'asino grigio
In là nella stalla di Jean-Louis
Per la pozza di Parigi

Trotta trotta mio mulo
Fino al ponte di Chesallet
Chesallet va a Sarre
Ferrare l'asino
L'asino ha scalciato

Il maresciallo è scappato
Tourutouroutu

Papà e mamma
Fanno del bene
Per la scuola dei bambini
La scuola salta giù
E i topi scappano via

Ninnanì dormi
La mamma è andata a messa
Papà fa “dandoù”
E la serva fa la minestra di latte 

Carabiniere senza documenti
Tolgono la giacca e vanno a farsi benedire

Pouh-ga-lé-ra-fe-zì
Tacque
Tabacque
Cacque

Abbiamo una bella capra bianca
Facciamo la crema bianca
Abbiamo tutto il latte che vogliamo
Con la farina di frumento.

Poum poum bottone
Pistola e cannone 

Bartolomeo
su per il melo
morsica le mele
come un vitello

Canta piange
Canta ride
Porta da bere all'asino grigio
Fino alla stalla di Jean-Louis

Pière Paul
Al pascolo degli escrementi
Gli escrementi fanno arrabbiare
Pière Paul corre loro dietro
Lino di Finne
Al pascolo con i rocchetti
I rocchetti fanno arrabbiare
Lino di Finne corre loro dietro

Carabinieri senza documenti
Tolgono la giacca e vanno farsi benedire

Gallo, gallina
Cavalletta
Cane e gatto
Coda di topo
Chi ha mangiato prima
Il pane
Il formaggio

Pioppo bianco
Bianco pioppo

Pane bianco pane nero
Pane bianco pane nero

I giochi di una volta a casa

La trottola

Quando erano piccoli, i bambini si divertivano a giocare con la trottola. Quelli più grandi intagliavano una trottola di legno ai bambini più piccoli. Spesso, quando la bobina del filo per la macchina da cucire era finita (era di legno con un foro al centro), si tagliava via un'estremità del rocchetto; dopodiché si prendeva un piccolo ramoscello robusto, si intagliava la base e si infilava nel foro della bobina finché non rimaneva ben incastrato e si faceva la trottola.

I bambini più piccoli erano meravigliati e ridevano nel vedere girare la trottola. Le correvano dietro e quando si fermava iniziavano a piangere perché volevano che continuasse a girare.

I bambini più grandi giocavano insieme e vinceva quello che la faceva girare più a lungo. Il pavimento era di legno, quindi bisognava essere bravi a non fare andare la punta nelle fessure, altrimenti, la trottola cadeva. I bambini più bravi e che ci giocavano spesso erano capaci di farla girare anche sul manico.

Il fango

La maestra Lucia si ricorda che, quando era piccola, aveva tanta voglia di giocare col fango, soprattutto nei giorni successivi alla pioggia perché la terra era bagnata: così era più facile impastarla. Solo che nonna Angelina non era contenta che andasse a giocare col fango; diceva che faceva morire le persone. Così Lucia anche se aveva tanta voglia di giocarci, si limitava solo a guardare gli altri bambini, e non toccava il fango per paura di far morire qualcuno.

I biscotti

Un tempo, le famiglie erano povere, avevano molti bambini e quindi non avevano soldi per comprare giocattoli. I bambini si accontentavano di poco e ogni occasione era buona per divertirsi. La maestra Lucia si ricorda che quando era piccola come noi, suo papà, le rare volte che andava ad Aosta, nel corso dell'anno, comprava un grosso pacco di biscotti a forma di animale per lei, i suoi fratelli e sua sorella. La mattina, quando mangiavano i biscotti col latte, ognuno si sceglieva il proprio: uno prendeva la mucca, l'altro le pecore, un altro i conigli, Lucia la gallina, la sorella i maiali…e per finire non mangiavano neppure perché erano intenti a giocare con gli animali. Spesso litigavano perché volevano gli stessi animali e, quando la confezione era quasi finita, ne mangiavano pochi, così potevano giocare ancora per un paio di giorni.

La sega

Si prende un elastico o un filo un po' lungo, legato; si infilano le mani dentro e poi si fa un giro intorno ai polsi; con le due dita medie si raccoglie il filo del giro intorno ai polsi; a quel punto bisogna tenere con le dita l'elastico, da un lato, mentre dall'altro, viene tenuto da qualcun altro. Infine, bisogna far uscire le mani dall'elastico senza farlo scappare dalle dita, chiudendo i pugni.Per fare la sega, tirando l'elastico su e giù, bisogna aprire e chiudere le braccia. Abbiamo imparato facilmente a fare la sega.

Saltare sul fieno

Un tempo, quando stoccavano il fieno nel fienile, si faceva la catasta di fieno: bisognava disfare i covoni che trasportavano e posavano nella grangia. Il fieno andava cosparso sulla catasta e calpestato per schiacciarlo bene. Questo lavoro lo facevano un ragazzo o una ragazza, insieme agli altri bambini più piccoli. Quando arrivava il fieno, cercavano di essere rapidi ad accatastarlo e a calpestarlo, così avevano il tempo di saltare giù sulla catasta, quando ce n'era già un po', in modo da non farsi male. In cima al fienile, tra le pareti c'era un buco che serviva per far passare l'aria. I bambini andavano su in cima e saltavano giù anche da molto in alto! Com'era divertente! Ma bisognava fare attenzione a non farsi male: bisognava aspettare che quelli sotto fossero andati via e, soprattutto, a non infilarsi il cerfoglio negli occhi! Quando si buttavano giù urlavano perché erano molto in alto. Giocavano a chi arrivava prima facendo tutto il giro. I più grandi superavano i più piccoli, facendo un po' i prepotenti!

Una volta, una bimba che era un maschiaccio, non ha ascoltato i consigli della sorella maggiore, che le aveva detto di non saltare perché c'era ancora troppo poco fieno in fondo alla catasta per attutire il colpo. Quando è arrivata in fondo, ha battuto il mento contro le ginocchia e ha rischiato di rompersi i denti.

Le sorprese

Ai tempi dei nostri nonni, a Pasqua, i genitori non avevano soldi per comprare le uova di cioccolato ai bambini. Non come oggi che ognuno di noi ne riceve numerose. Quelli più fortunati ne avevano uno che gli aveva regalato la madrina o il padrino. Allora non si potevano aprire le uova fino alla mattina del giorno di Pasqua. La nonna di Walter ci ha raccontato che un anno le avevano regalato l'uovo di Pasqua, una settimana prima, e lei non ce la faceva più ad aspettare per aprirlo, perché ogni giorno, quando lo scuoteva, sentiva qualcosa dentro che tintinnava. Così non vedeva l'ora di aprirlo per trovare la sorpresa che era solamente un piccolo giocattolo. Ha aspettato fino alla vigilia di Pasqua: quel giorno, la sera non ha potuto fare a meno di aprire l'uovo di Pasqua: di nascosto, sennò l'avrebbero sgridata! Dentro ha trovato un piccolo giocattolo piatto, che aveva all'interno una pallina, che dopo aver fatto un percorso doveva essere imbucata in alcuni fori che assegnavano punti. Com'era contenta di aver trovato quel bel gioco. Così ci aveva giocato tutta la sera col suo fratellino; ma allo stesso tempo era un po' mortificata di non aver aspettato il giorno giusto per aprire l'uovo.

La nonna di Walter si ricorda ancora che ai tempi esisteva una polvere per lavare i panni, o i piatti, che si chiamava “TIDE” e all'interno della confezione c'era sempre una sorpresa, dei piccoli, ma davvero piccoli, giochi per le bambine: pentole, forchette, coltelli, cucchiai, piatti e bicchieri in plastica colorata. Com'era contenta quando trovava queste belle sorprese. Le ha conservate per molti anni poiché si era affezionata a quei bei giocattoli.

I giochi di una volta all'esterno

Far rimbalzare i sassi sull'acqua

Un tempo, quando i bambini si trovavano in prossimità di un lago o di una grossa pozza, giocavano a lanciare i sassi nell'acqua per vederla zampillare e per vedere i cerchi che vi si formavano e che diventavano sempre più grossi. I bambini più grandi, non si accontentavano solo di buttare i sassi, ma volevano far rimbalzare le pietre sull'acqua. Così sceglievano le pietre più piatte e bisognava essere bravi a tirarle sul filo dell'acqua, così da far fare più salti possibili prima che colassero a picco. Vinceva chi faceva fare più salti al ciottolo.

Al pascolo

Quando i bambini erano al pascolo in alpeggio, se le mucche erano tranquille e, soprattutto, quando c'era già il filo di recinzione, potevano giocare… parlare con il pastore.

Il pastore insegnava loro ad intagliare le mucche con le radici di rododendro; a fare la trombetta con il gambo dei fiori di tarassaco e a far suonare un filo d'erba tenendolo tra i due pollici o a fischiare con due dita in bocca, che spesso si raggrinzivano perché i bambini sbavavano molto a furia di provare. Qualche volta, se uno amava la musica, provava a suonare l'armonica, ma questo era più difficile da imparare. Se i bambini erano ancora piccoli, e dunque non avevano ancora nessuna malizia, facevano loro credere cose particolari come:

-          Come stipendio, quest'anno, il padrone vi comprerà degli abiti “devàn dérì é dérì di mimo” (a rovescio e dietro dello stesso).

-          Vi darà lo stipendio la settimana con tre giovedì.

In autunno, al pascolo, le bambine facevano collane e bracciali con le rose canine: sceglievano le bacche più grosse e  più rosse e con un ago da lana le infilavano in un filo, poi facevano il nodo e se le mettevano al braccio o al collo.

Erano così contente di avere quei begli ornamenti che per due o tre giorni non li toglievano neanche per andare a dormire.

Quando erano a pascolare le pecore o le mucche, i bambini si ritrovavano sui muri e giocavano a fare i muratori: facevano le mura, le finestre, il tetto…così passavano il tempo, ma a volte, erano così presi dal “lavoro”, che si dimenticavano persino di controllare gli animali!

I giochi degli uomini

In passato, gli uomini non avevano tempo di fare sport perché dovevano lavorare i campi durante la bella stagione e occuparsi del bestiame: mucche, capre, pecore, maiali…

Nei giorni di festa, la domenica e il giorno del patrono, si prendevano un po' di tempo libero perché, a quei tempi, i giorni festivi si rispettavano: non si faceva nessun lavoro se non quello indispensabile. Era abitudine durante queste giornate, dopo la messa festiva, che gli uomini andassero al bar a bere un bicchiere e a chiacchierare con gli amici. Le donne, intanto, andavano a casa coi bambini a preparare pranzo. Molto spesso gli uomini, per passare il tempo, facevano una partita a carte, altri giocavano alla morra e, quando non c'era più neve, chi lo desiderava, faceva una partita a bocce. Quando giocavano alla morra, spesso, gridavano: urlavano e qualcuno si offendeva facilmente e si arrabbiava e rimproverava i compagni. Era mezzogiorno e il pranzo era pronto, ma bisognava aspettare che il papà o il fratello arrivassero per poter cominciare a mangiare. Il giorno di festa bisognava mangiare tutti insieme! Quasi tutte le domeniche, bisognava aspettare i comodi degli uomini che dovevano finire la partita. Che pazienza che avevano le donne di un tempo!

Qualche volta, gli uomini, anche il pomeriggio prima di andare in stalla, tornavano alla “Gabella” a bere qualcosa e a giocare un'altra partita. Capitava poi che qualcuno bevesse un po' troppo, così arrivava a casa traballante!

Scivolare sulla neve e sul ghiaccio

Un tempo, i bambini non avevano i bob, ma usavano degli slittini di legno, quelli più fortunati, sennò la maggioranza usava un asse di legno un po' consumato per scivolare sul ghiaccio, sulla neve nei prati e spesso per i sentieri e per le strade. Quando andavano a casa, avevano il sedere e le mani pieni di spine. La gente del villaggio borbottava quando dovevano portare il latte alla latteria perché non stavano in piedi nei viottoli e sulle strade ghiacciate. La zia di Arianna ha detto che i bambini di Vernosse, quelli più grandi, prendevano di nascosto la grande slitta e scendevano a tutta velocità. Un paio di volte hanno rischiato di farsi male. Gli scolari, quando uscivano da scuola, quelli che facevano la strada di Tsavegnà, spesso, d'inverno , mettevano la cartella sotto il sedere, così facevano prima ed era più divertente! I bambini erano molto contenti, la maestra e i genitori un po' meno!

Mio papà, da piccolo, non abitava in Valle d'Aosta, ma in Piemonte. Lui giocava con i suoi amici con la sabbia: facevano dei castelli e poi facevano finta di fare le battaglie gli uni contro gli altri. Giocavano anche con delle biglie: tracciavano una pista nella sabbia, dopo, davano delle piccole spinte alle biglie con le dita, in modo tale da far loro fare il giro della pista. Vinceva chi arrivava per primo al traguardo.

A volte si facevano delle fionde con dei rami e un pezzo di elastico e, dopo, lanciavano i sassi contro delle rocce o delle piante.

A scuola, quando una penna non scriveva più, la vuotavano e la usavano per lanciare delle palline di carta ai compagni e alle compagne, soffiando nella penna.

A volte giocavano con le figurine: prendevano delle lattine vuote, le mettevano a testa in giù e sopra ci mettevano una figurina. Dopo si posizionavano ad una certa distanza e a turno, tiravano dei sassi per colpire le lattine. Quando una cadeva, e la figurina che c'era sopra cadeva a terra, si vinceva la figurina!

 

I giochi di una volta a scuola

Ai tempi dei nostri nonni, quando andavano a scuola, le classi erano numerose, perché quasi tutte le famiglie avevano molti figli: sei, sette, alcune otto, nove e persino dodici! Come la famiglia del nonno di Andrea e Chiara.

A quei tempi, molti dovevano ripetere la classe, o perché erano stati malati, o perché avevano la testa dura: avevano difficoltà ad imparare le cose che insegnavano; c'era anche chi faceva la sesta o la settima classe. Essendo così numerosi, una sessantina di scolari in tutto, quando si trovavano a giocare nei corridoi della scuola, non potevano fare giochi movimentati ma erano obbligati a fare tutti lo stesso gioco. Così, al momento della ricreazione, i più grandi avevano l'incarico di organizzare un gioco che potesse andare bene per tutti: ragazzi e ragazze.

Spesso, facevano un grande cerchio dandosi la mano, l'un l'altro, e cantavano: La pecora nel bosco, La bella lavanderina, Farfallina, Pianta la fava, Savez-vous planter les choux e molte altre. All'uscita, giù davanti alla scuola, soprattutto dopo pranzo, giocavano ad altri giochi: allo sparviero, a guardia e ladri, a palla prigioniera, a ruba bandiera, a prendere, a rialzo, a mosca cieca, a strega comanda color… Le ragazze, quelle più tranquille, giocavano a palla, a dieci fratelli, a saltare la corda, all'elastico, alla settimana, con i sassi…

La settimana

Il gioco della settimana è un gioco molto antico ed era conosciuto in molti paesi nel mondo, sotto nomi diversi.

Erano in particolare le ragazze che giocavano alla settimana, soprattutto a scuola, dopo pranzo. Bisognava tracciare sulla terra, con un bastone, sette riquadri che dovevano rappresentare i giorni della settimana; ognuno sceglieva un sasso né troppo grande né troppo rotondo; si faceva la conta per decidere chi doveva iniziare; dopo si lanciava il sasso sul primo riquadro del lunedì e si saltava su un piede fino al lunedì, bisognava poi raccogliere il sasso senza mettere giù il piede e tornare indietro sempre saltando. Il riquadro della domenica era più grosso, aveva la forma di mezzaluna e quando si arrivava lì, si poteva appoggiare il piede e riposarsi un attimo. Se uno si sbagliava a lanciare il sasso che usciva dal riquadro, o se pestava la riga saltando, doveva passare il turno a qualcun altro. Quando era nuovamente il suo turno, riprendeva da dove si era interrotto. Finito il primo giro, le cose si facevano più difficili: bisognava buttare il sasso nel primo riquadro, saltarlo e raccogliere il sasso dall'altro riquadro allungandosi, senza appoggiare il piede.

Al terzo giro bisognava saltare due riquadri, dopo tre…

Vinceva chi sbagliava meno volte.

Mosca cieca

Una volta, a scuola o a casa, quando molti bambini si incontravano, giocavano a mosca cieca. I bambini che erano stati scelti, con gli occhi bendati, dovevano prendere qualcuno e indovinare chi fosse. Se indovinava, toccava a quello coprirsi gli occhi e indovinare. Gli altri giocatori potevano aiutarlo richiamandolo, così sentiva da che parte provenivano le voci.

Una domenica pomeriggio, dopo i vespri, molti bambini si sono trovati sul terrazzo di Bouiyo a giocare a mosca cieca. Quando è toccato a Lucia indovinare, lei, con gli occhi coperti, è caduta giù davanti alla cantina, perché il terrazzo non aveva ancora la recinzione. Si è graffiata il naso cadendo sulle pietre. Lucia era ancora piccola, così la madre ha sgridato la sorella più grande, che non aveva fatto sufficiente attenzione. Per fortuna che Lucia non aveva battuto la testa sulle pietre!

Il papà di Nicolas si ricorda che un giorno, a scuola, quando hanno giocato a questo gioco, Ugo, con gli occhi coperti, è partito convinto di prendere qualcuno e ha sbattuto in pieno contro il muro battendo la testa.

L'insalata

È un gioco che facevano i bambini ai tempi di nonna Bruna. I bambini si sedevano uno accanto all'altro; uno di loro dirigeva il gioco con una bacchetta in mano e cominciava a chiedere ai primi:

-          Tu, cosa metti nell'insalata?

-          Io metto l'olio

Dopo chiedeva al secondo:

-          Tu, cosa metti nell'insalata?

-          Io metto l'olio e l'aceto

Il terzo diceva:

-          Io metto l'olio, l'aceto e il sale

E così continuavano sempre ad aggiungere un ingrediente. Ogni giocatore doveva ricordarsi tutti gli ingredienti che erano stati detti prima in ordine. Se si sbagliava doveva fare penitenza o non poteva più giocare.

 

Passa passa Garibaldi

A scuola, ai tempi delle nostre nonne, i bambini giocavano a “Passa passa Garibaldi”.

Due bambini, uno di fronte all'altro, con le braccia in avanti, facevano un arco, un ponte. Gli altri bambini, uno dopo l'altro, cantando “Passa passa Garibaldi, con tutti i suoi soldati, lasciamoli passare che vanno a lavorare”, passavano sotto l'arco. Ogni tanto, l'arco scendeva e il bambino che vi passava sotto in quel momento rimaneva imprigionato. Così doveva fare la penitenza o non poteva più giocare. Dopo, il gioco continuava finché tutti erano stati fatti prigionieri.

Catsì petolla

Ai tempi delle nostre nonne giocavano a catsì petolla: facevano la conta per sapere a chi toccava nascondere qualcosa tra le mani (un tappo, un bottone o qualche altro piccolo oggetto) e a chi doveva indovinare.

Tutti gli scolari si sedevano uno accanto all'altro con le mani giunte, ben strette. Colui o colei che doveva nascondere l'oggetto, doveva far finta di nasconderlo in tutte le mani, dicendo ogni volta: “ Nascondi, nascondi bene petolla”.

Doveva essere abile a non far vedere a chi l'aveva dato, sennò il gioco non era più così divertente e così il bambino che l'aveva ricevuto non doveva farsi scoprire dagli altri così da non farsi notare. Quello che doveva indovinare, non doveva vedere quando nascondevano l'oggetto, dopo tre possibilità, se non indovinava, doveva fare la penitenza.

Le nostre considerazioni

Noi, al giorno d'oggi abbiamo molti più giocattoli di quelli che avevano i nostri genitori e soprattutto i nostri nonni.

In casa abbiamo di tutto: macchinine, camion, ruspe, trattori, palle, il salta salta, ogni sorta di bambola con vestiti, letti, sedie, pentole… abbiamo tutti i videogiochi possibili e i giochi di costruzioni sono sempre più complessi che rappresentano i nostri eroi dei cartoni animati e tante altre belle cose.

Abbiamo tanti di quei giochi che spesso non sappiano nemmeno a cosa giocare e, dopo un po' che abbiamo giocato, siamo già stufi e li buttiamo via…

Un tempo, quei pochi giocattoli, per la maggior parte, venivano costruiti dai bambini stessi. I più grandi aiutavano i più piccoli e facevano loro le “cornaille”, le bambole, i vestiti delle bambole, la trottola, l'arco, le frecce, il fischietto…

A scuola abbiamo provato a rifare qualche gioco che usavano fare un tempo: la settimana, l'insalata, catsì petolla, i sei sassi, mosca cieca…

Abbiamo visto che sono dei giochi che richiedono molte abilità e anche un po' di furbizia…

Noi, al giorno d'oggi, a scuola, giochiamo quasi sempre col pallone, a calcio.

La maggior parte dei maschi gioca in una squadra, così, appena hanno un momento libero, tirano calci a qualsiasi cosa: una pallina di carta, una ciabatta, un pezzo di polistirolo…

Non possono farne a meno!

Anche quando usciamo dopo pranzo, giochiamo a pallone e spesso giocano anche le bambine con noi.

I più piccoli e le femmine, a volte portano dei giocattoli da casa: bambole, macchine, costruzioni e giocano tranquillamente insieme.

Noi ci riteniamo fortunati rispetto a quelli che vivono in città. Noi abitiamo in mezzo alla natura, possiamo giocare fuori all'aria buona, possiamo correre per i prati, giocare nei boschi, saltare sulle pietre, andare a sciare, scivolare sulla neve, arrampicarci sugli alberi. In poche parole, siamo liberi di giocare senza tanti pericoli.

Quindi siamo molto fortunati!

 

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