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La parola del mese : maschera

10 febbraio 2016

Il Carnevale, festa tradizionale d'inverno la cui origine si perde nella notte dei tempi, si è appena concluso.

In Valle d'Aosta il momento è sentito particolarmente in alcune località: Pont-Saint-Martin, Verrès, la vallata del Gran San Bernardo, soltanto per citarne alcune di quelle che ospitano le feste più particolari e coinvolgenti. La tradizione del Carnevale, tuttavia, è presente, in forme più o meno strutturate, su tutto il territorio regionale.

Che si tratti dei Carnevali storici, che rievocano episodi reali o mitici della storia delle comunità, o dei carnevali tradizionali, tutti condividono un elemento fondamentale: il travestimento.

L'uso della maschera è antichissimo e si può ritrovare all'origine della storia delle civiltà dove aveva una funzione all'interno di riti magici e religiosi. Nel contesto del Carnevale, ha un preciso significato simbolico, rappresentando le anime dei defunti che, evocate, salgono sulla terra per auspicare una fertile e abbondante annata agricola. Il travestimento, però, è anche l'occasione per il popolo di prendere la parola e di ridicolizzare i potenti.[1]

Ma come si dice "maschera" in patois? Sfogliando il Glossario online si ritrovano, a seconda della variante francoprovenzale, diverse denominazioni, riconducibili, sostanzialmente, a 4 gruppi lessicali.

Il primo è rappresentato dai tipi mahcra, mascra, localizzati nella Media e Alta Valle, ad esempio nei comuni di Valtournenche, Aymavilles, Introd, Valgrisenche e Cogne, ma anche a Montjovet. A queste località vanno aggiunti Champorcher e Fontainemore dove abbiamo masquèra che vanta la stessa etimologia. I termini, in effetti, risalgono a una comune radice pre-indoeuropea MASK-, "nero".[2] Oltre al significato letterale, l'etimo ha dato luogo a diverse parole riferite al travestimento e alla maschera, come testimoniano anche l'italiano maschera e il francese masque.

Concordemente al suo significato etimologico, la radice ha dato origine, nelle varie lingue romanze, anche a parole che indicano lo sporcarsi e l'annerimento. Quest'ultimo caso è testimoniato, ad esempio, dal verbo francoprovenzale sé macheré (sporcarsi con la fuliggine) presente, per esempio, a Brusson.

Del secondo gruppo fanno parte morechca, morehca, presenti nelle varianti di Brusson, Challand-St-Victor e Montjovet. La storia di questi termini è decisamente interessante. Sarebbero i continuatori del latino MAURUS, letteralmente "abitante dell'antica Mauritania"[3]. Ma che nesso dovrebbe esistere tra un travestimento e un arabo? Ebbene, il riferimento sembrerebbe essere l'allusione alle donne more che si mostravano velate...

La tradizione delle morechque valdostane prevede una questua delle uova compiuta dai bambini che percorrono le strade di tutto il villaggio per poi festeggiare tutti insieme, cucinando una frittata.

L'ultimo gruppo è composto dai termini vezadjéra, vezadziye, vizadzire che si ritrovano sparsi qua e là sul territorio valdostano. Li ritroviamo, infatti, a Charvensod e Doues, ma anche a Issogne e Ayas. L'origine è da far risalire al latino VISUS, "vista, volto",[4] la stessa dell'antico francese visagière, "partie du chaperon qui entoure le visage, masque"[5].

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[1] A. Bétemps (2003) Introduction, in AA. VV. La parola alle maschere. Carnavals de la Vallée d'Aoste, a cura del Bureau Régional pour l'Ethnologie et la Linguistique, Priuli & Verlucca editori, Pavone Canavese (TO).

[2] FEW VI-1 434a

[3] FEW VI-1 553b, che attribuisce al provenzale mouresco la stessa etimologia e lo stesso significato.

[4] FEW XIV 539a

[5] Cfr. « Visagière » in DMF : Dictionnaire du Moyen Français, version 2012. ATILF CNRS - Université de Lorraine. Site internet : http://www.atilf.fr/dmf.

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