Le parlate valdostane

Qualcuno ha affermato che in Valle d'Aosta ci sono tanti patois quanti sono i campanili: in effetti, la variabilità linguistica è molto marcata e spesso, anche all'interno di uno stesso comune, si possono attestare due o più varianti, sia sul piano fonetico che sul piano lessicale e morfosintattico. Ciononostante, è possibile suddividere la nostra regione in due grandi aree linguistiche, l'alta Valle e la bassa Valle, rispettivamente, il settore occidentale e il settore orientale. La prima è quella che più ha risentito dell'influenza dei patois savoiardi o vallesani, attraverso i colli del Piccolo e del Gran-San-Bernardo. Intorno alla città di Aosta si riscontra anche un influsso del francese, lingua ufficiale. La seconda si trova all'estremità orientale dell'area francoprovenzale ed è, da un lato, l'area più conservativa, avente i tratti più arcaici, e dall'altro, quella che ha risentito dell'influenza del piemontese. In molti comuni della bassa Valle, il piemontese coabita con il patois e, in certi casi, come ad esempio a Pont-Saint-Martin, l'ha soppiantato.

Un esempio che illustra in modo chiaro questa realtà è rappresentato dalle designazioni della volpe. Il francese antico, per indicare la volpe, utilizzava la parola goupil, dal latino popolare vulpiculus. A partire da XIII° secolo, grazie al successo del Roman de Renart (Renart era un nome di persona attribuito a una volpe molto astuta), renard ha soppiantato l'antico goupil per diventare la designazione corrente per questo animale. L'alta Valle ha seguito il modello del francese e ha adottato il termine renard, mentre la bassa Valle ha conservato la variante più arcaica, gorpeui. La separazione tra queste due aree linguistiche non è ovviamente rappresentata da una linea netta, ma piuttosto da una zona mediana di transizione dove passa il fascio di isoglosse.

 

Le designazioni del mirtillo nero presentano, invece, una Valle d'Aosta divisa in tre zone, con tre tipi lessicali differenti : loufie nell'alta Valle, ambrocalle nella media Valle e brevaco, con numerose varianti fonetiche, nella bassa Valle.

Le parlate valdostane hanno conservato molti elementi di sostrato prelatino
, giunti fino a noi dalla notte dei tempi. Si tratta di parole di origine celtica, o attribuite dai linguisti ad una base celtica, come blètsì  ‘mungere', modze  ‘giovenca', barma  ‘grotta, riparo naturale sotto una roccia', bren  ‘crusca della farina', verna ‘ontano', breuill  ‘piano lacustre, paludoso', baou  ‘stalla'; o parole preceltiche, come brenva ‘larice', daille ‘pino silvestre', bèrio ‘grossa pietra, roccia'. È la toponimia che ha conservato maggiormente termini prelatini, soprattutto per quanto riguarda i nomi delle montagne e dei corsi d'acqua: il radicale dor  ‘acqua corrente' è all'origine del nome della Dora; il radicale calm, latinizzato in calmis, è diventato tsa nei nostri patois, prendendo il significato di ‘pascolo elevato, soleggiato', o ‘stazione più elevata di un alpeggio'.

Nella loro grande varietà, i patois valdostani presentano un'unità di fondo che li inserisce nell'ambito delle parlate francoprovenzali, con elementi che sono spesso in opposizione con il francese e l'italiano. Per indicare i giorni della settimana, il patois si serve di formazioni del tipo dies lunae ‘il giorno della luna', dies martis ‘il giorno di Marte', ecc. che hanno portato a deleun, demars ecc., contro il tipo lunae dies, martis dies,ecc., del francese e dell'italiano che hanno dato lundi, mardi, ecc., e lunedì, martedì, ecc. Per la designazione del Natale, il patois utilizza la parola tsalende o tchalénde, dal latino calendæ (Noël e Natale risalgono al latino (dies) natalis ‘il giorno della natività'). Per i Latini, le calende erano il primo giorno di ogni mese e dunque anche dell'anno ; nell'VIII° secolo, l'inizio dell'anno fu fissato a Natale, da qui l'impiego di questo termine per designare la festa stessa.