La parola del mese: Natale

15 dicembre 2017

Eccoci arrivati all'ultimo appuntamento dell'anno con questa rubrica dedicata al lessico francoprovenzale e al bagaglio culturale che porta con sé. Siamo giunti, infatti, a dicembre, mese con cui ufficialmente ha inizio l'inverno, ma soprattutto mese che ci introduce alle più attese festività dell'anno. Tra queste spicca, ovviamente, il Natale, festa cristiana che nella nostra epoca ha assunto anche un significato laico di momento per lo scambio di doni tra familiari e amici.

Con il Natale si celebra la natività di Cristo, avvenuta a Betlemme e tramandataci dai Vangeli. Come accade spesso per molte feste, anche in questa ricorrenza si mescolano simboli, usanze e tradizioni di origine diversa, lontana, talvolta incerta.

Basti pensare alla data scelta per celebrare la festa, a partire dal V secolo. Una data, quella del 25 dicembre, dal valore puramente simbolico (non si conosce, infatti, la data di nascita reale di Cristo). Secondo una teoria, il giorno sarebbe stato stabilito per sostituire la festa romana del Natalis Solis Invicti, legata al solstizio d'inverno.

Al mondo latino ci riportano anche, linguisticamente parlando, le denominazioni francoprovenzali per il Natale. Con leggere variazioni fonetiche di cui ci occuperemo più avanti, in Valle d'Aosta prevale il tipo tsalende, dal latino calendæ.[i] Nella cultura romana, alcuni giorni di ogni mese erano, per così dire, speciali e avevano un nome preciso. In particolare, le calende erano il primo giorno di ogni mese; le none (il nono giorno prima delle idi) il quinto o il settimo giorno, a seconda dei mesi; le idi il tredicesimo o il quindicesimo giorno a seconda dei mesi.[ii]

Come si spiega dunque l'accezione di calende in francoprovenzale? La Storia ci viene in aiuto: a partire dall'VIII secolo, infatti, si diffuse l'abitudine di far coincidere il capodanno con la festa di Natale[iii] (nella città di Roma, tale tradizione si protrasse fino al XVII secolo).

In patois, esistono anche altri continuatori del termine calendae, ad esempio calandré, calendario, come in francese e italiano. Una parola più interessante e meno conosciuta è, invece, tsalendamé, che troviamo nell'espressione fére tsalendamé e che indica la tradizionale colletta che si faceva durante le processioni del primo maggio.[iv]

Veniamo ora, come preannunciato, al fiorire di variazioni fonetiche che, in Valle d'Aosta, hanno subito i continuatori dell'etimo latino. Prendendo in considerazione i tipi più diffusi - tsalende, tchalénde, salende, chalèinde[v] - ciò che balza agli occhi è, senza dubbio, la trasformazione che ha subito la consonante iniziale latina. Ritroviamo qui, in effetti, uno dei tratti salienti del patois, vale a dire la palatalizzazione di ca- latino a inizio parola, tanto caratteristico da avere avuto il merito di far "scoprire" al grande linguista Graziadio Isaia Ascoli, nel 1878, questa lingua allora ancora sconosciuta: il francoprovenzale.[vi]

Ciò che stupisce è l'esito di questa palatalizzazione in Valle d'Aosta che, a seconda, della località, prende la forma di tsa-, tcha-, sa-, cha... dando, così, luogo alla meravigliosa varietà delle parlate valdostane.

Oltre alla lingua e alla religione, il Natale, nella nostra regione ma non solo, ha anche una valenza importante dal punto di vista della tradizione. Dà inizio, infatti, a quello che l'etnografia definisce "ciclo dei dodici giorni" che si conclude con l'Epifania.[vii] Si tratta di un periodo che, in epoca di economia tradizionale, aveva un'importanza fondamentale, perché permetteva di fare pronostici sull'andamento dell'anno.[viii] D'altra parte, la stessa tradizione è legata alle calendae romane di cui sopra e al dodekaemeròn (i dodici giorni, per l'appunto) di epoca bizantina.

A testimoniare in Valle d'Aosta, tale valore di giorno "spia", vi sono numerosi proverbi. Eccovene alcuni, a puro titolo di esempio[ix]:

A Tsalende le moutseillón, a Paque le llasón (A Natale i moscerini, a Pasqua i candelotti di ghiaccio)

Euntre Tsalende è le Rèi le dzor marcon le mèis (Tra Natale e l'Epifania i giorni prevedono i mesi)

Tchalendi sentsa lunna dè trèi votchi butti-ne una (Natale senza luna di tre mucche tenetene una)

Concludiamo questo breve viaggio nel Natale con le parole di chi, per primo in Valle d'Aosta, ha voluto celebrare la bellezza della propria lingua, il patois, attraverso l'arte. Stiamo parlando dell'abbé Cerlogne che, nel 1861, scrisse il canto di Natale per eccellenza per la Valle d'Aosta, La Pastorala, di cui vi presentiamo alcune strofe[x].

La Pastorala

De nët eun leumiére,

I berdzè l'at paru ;

Un andze vin leur dëre :

Lo Saveur l'est neissu.

Un pouro baou l'est son palatse,

Et sat pei de fen in traver

Compouson lo deur matelatse

De ci gran Rei de l'univer ;

Et din la rigueur de l'iver

De dò trèi lindzo l'est queuver.

Berdzé, dei que le s-andze

Di cheil son descendu,

Pe tsanté le lovandze

D'un meinà vouë neissu ;

Parten ! Parten ! L'est dzà doz'aoure ;

Galopen a Bethleen.

No verren ci meinà que plaoure

Din euna rètse su lo fen.

Que ci petsou deit ëtre dzen !

Më que l'est pouro in mëmo ten !

Quetten noutra cabanna

Agnë, feye et maouton ;

Beissèn bà din la plana

Tsertsé ci dzen popon.

A ci mèinà din la misére,

No fat lei porté de presen,

Afin que le jeu de sa mére

Lo veyen pa todzor souffren.

No fat lei porté de creissen,

Et de lassë lo tsanon plein.[xi



[i]FAVRE, S. (2014). Natale, Noël, Tsalende. Lavoro preparato per "Les mots - Festival della parola in Valle d'Aosta". 18 aprile - 4 maggio 2014, Aosta, Italia.

[ii] Id. ibid.

[iii] Id. ibid.

[iv] Id. ibid.

[v] Per una panoramica delle varie denominazioni, consultate il Glossario online.

[vi] ASCOLI, G.I. (1878). Schizzi franco-provenzali. In: Archivio glottologico italiano. III/1878. pp. 61-120

[vii] BETEMPS, A. (2004). Enquêter sur la fête. In : Nouvelles du Centre d'études francoprovençales R. Willien. 49/2004. pp. 63-73.

[viii] Id. ibid.

[ix] FAVRE, S. (2014). Op. cit.

[x] Potete trovare la versione completa all'interno della sezione Cultura/Letteratura e autori/Abbé Cerlogne.

[xi] La Pastorale.

Nella notte una luce/Apparve ai pastori/Un angelo disse loro:/ È nato il Salvatore. /Come palazzo ha una povera stalla / E qualche fuscello di fieno di traverso / Forma il duro materasso / Del re dell'universo /E nel rigore dell'inverno, /È coperto di pochi panni.

Pastori, poiché gli angeli /Sono scesi dal cielo, /Per cantare le lodi / Di un bimbo nato oggi /Partiamo! Partiamo! È già mezzanotte /Corriamo a Betlemme. /Vedremo quel bambino che piange/ Sul fieno in una mangiatoia. /Com'è bello quel piccino! / Ma è altrettanto povero!

Lasciamo la nostra capanna, /gli agnelli, le pecore e gli arieti /Scendiamo nel piano / Per cercare quel bel bimbo. /A quel bambino in miseria,/ Dobbiamo portare dei doni, /Affinché gli occhi di sua madre/ Non lo vedano sempre sofferente. / Portiamogli dei dolci, / E un recipiente colmo di latte