Il gergo dei 'sabotier' di Ayas

 

Nato come gergo dei segantini, dei sabotier e dei contrabbandieri nella Val d'Ayas, lo djerc era un linguaggio segreto, usato per non farsi comprendere quando ci si recava a lavorare all'estero o in comuni diversi da quello di provenienza. Pur mantenendo carattere di lingua segreta, lo djerc con il passare del tempo ha dato il suo contributo al patois locale con un certo numero di termini che sono entrati nel linguaggio comune.

L'argot sostanzialmente nasce, come ogni linguaggio speciale, dalla trasformazione di vocaboli della lingua comune. Questa trasformazione avviene attraverso tre procedimenti: aggiunta di un nuovo significato ad una parola di uso corrente (per esempio, per indicare il gatto si usa la parola sèndic che, nell'uso corrente, significa sindaco; per indicare il sindaco si usa la parola Tchét il cui significato è quello di gatto); deformazione di parole prese in prestito da altre lingue, in particolare quella tedesca (per esempio, il verbo fressà, mangiare, deriva dal tedesco fressen di uguale significato); creazione di nuove parole come il vocabolo péhquia, utilizzato per definire la carne.

Le voci del Djerc dei sabotiers di Ayas fino ad ora documentate, e consultabili nel glossario, sono circa 160 e appartengono a un numero limitato di campi semantici (per esempio, si hanno circa 20 parole riferite all'alimentazione; 20 circa per il lessico della famiglia; 15 riferite alle autorità; 15 circa per descrivere gli animali; 4 per l'abbigliamento; 7 per il corpo umano; 30 sostantivi, 20 aggettivi e all'incirca 25 verbi riferiti a soggetti diversi).

Di queste 160 parole, una sessantina sono tuttora usate:


  • âhpie, grifie (mani)
  • alà chloffen (andare a letto, coricarsi)
  • artèi (piedi)
  • bartavellà (parlare)
  • bégarrura (firma)
  • bergole, bergolin-e (patate)
  • berlande (finanziere)
  • beureuquià (guardare)
  • bèyo (cappello)
  • biéc (paese)
  • bîlla-se (andarsene alla chetichella)
  • boque, cordâts (gendarmi)
  • broûèda (sorella)
  • broûèdo (fratello)
  • chanouène (maiale)
  • chéréhc, chéréhca (sporco/a)
  • cherra (madre)
  • cherro (padre)
  • chort (bottiglia impagliata)
  • chouarts, chouartsa (sporco/a)
  • cranc, cranca (malato/a)
  • croc (ginocchia)
  • ehterbì (uccidere)
  • enterbà (comprendere)
  • eutchà (urlare, cantare)
  • faffo (prete)
  • ferra-se (sposarsi)
  • fiola (ubriaco)
  • foucho (pidocchio)
  • fressà (mangiare)
  • gouassa (acqua)
  • greuffe (occhi)
  • griva (vacca)
  • gueutcho, gueutcha (bello/a)
  • guéye (gambe)
  • lèchù, pèi (caffè)
  • lonts, onts (cane)
  • messer (coltello)
  • moléna, bronzà (pagare)
  • mouro dè corna (gallina)
  • narre (stupido)
  • nifie, breuf (niente)
  • ortole, tselle (sabots)
  • péc (avaro)
  • péhquia (carne)
  • piôtso (letto)
  • pontouà, tchôbia (fidanzata)
  • pontù, tchôbio (fidanzato)
  • qui (vino)
  • remioù (lavoratore, segantino)
  • reumura (lavoro)
  • rôbio (fuoco)
  • sèndic (gatto)
  • tafià (mangiare)
  • tâhca, tâhque, tâhcón (piemontese/i))
  • tchét (sindaco)
  • trincà (bere)
  • vanà (vuotare il sacco)

Sono attestate, inoltre, una decina di locuzioni e espressioni gergali che comprendono due o più parole fra quelle presenti nel glossario:

  •  Lo pontù què l'ét so l'arquìn, l'espressione è composta dalla parola gergale pontù e da altre parole di uso corrente nella parlata di Ayas e si usa quando si parla di una persona senza che questa se ne accorga. Tale espressione può essere utilizzata in una frase più complessa quale Borota peura, tanta lo pontù so l'arquìn l'enterba nifie, breuf e viene rivolta ad una persona, invitandola a "parlare tranquillamente visto che l'individuo in questione non capisce". La frase si compone sia di parole che di vere e proprie locuzioni gergali: borota (parla), pontù so l'arquìn (l'individuo in questione), enterbà nifie, breuf (non comprende nulla);
  • Borotà erts: significa "parlare molto o troppo", e enterbà nifie, breuf indica il non comprendere nulla. Entrambe sono interamente composte da parole derivate dal djerc;
  • Alà a l'erbadjo dè l'anta Mayanna: (letteralemente "andare al pascolo di zia Marianna") esprime, nell'argot, l'azione di andare a tagliare la legna abusivamente;
  • Passà lo rouâts pè î a la Leuna: con questa locuzione si esprime l'azione di attraversare il ghiacciaio per andare in Svizzera. Con i termini gergali leuna e rouâts, infatti, i sabotier indicavano rispettivamente la Svizzera e il ghiacciaio. Nella parlata di Ayas essi indicano "la scarpata o la striscia erbosa situata alla sommità di un campo, a ridosso dei muri di pietra a secco" e "la luna".
  • Bila la bucha què lo pontù l'é so l'arquìn: si usa per invitare qualcuno a nascondere un oggetto ad una persona presente o ad una persona in procinto di avvicinarsi. Si compone di due parole derivanti dal djerc: bîlla (nascondi) e pontù (la persona in questione). Il termine pontù può assumere due significati diversi: quello di "fidanzato", se è utilizzato all'interno di un'espressione del linguaggio corrente oppure, quello di "persona in questione" nelle locuzioni come quelle citate;
  • Ménà fâch: nel linguaggio comune significa "trasportare il fieno a dorso di un mulo". In argot significa "fare la spia", con chiara allusione all'ehpión che, nel patois di Ayas, significa "spia", ma designa anche i due lunghi pioli sui quali venivano posati i fasci di fieno.

Secondo gli studi effettuati da H. Nabert nel 1907, a quell'epoca esistevano ancora circa 150 parole di origine germanica utilizzate nel patois di Ayas. Di questi lemmi, la gran parte appartenevano all'argot dei sabotier. Tuttavia, dalle ultime ricerche effettuate, attraverso testimonianze orali, alcune di queste parole non sono più state rilevate, come per esempio chelossa (dal tedesco Schlüssel = chiave), bringa (dal tedesco bringen = portare), ferkofa (dal tedesco verkaufen = vendere).

Un curioso racconto dal titolo Euna rèmohtrantsa queca trop saven (una rimostranza un po' troppo colta), tratto da Euna pegnà dè cointo forà di Odon-Evalde Obert, è caratterizzato dall'uso del djerc. Si tratta della storia di tre fratelli chierici, in cammino verso Vahcotcha, alpeggio a monte dell'abitato di Antagnod, verso Mandrou. Bisognosi di ristoro e attratti dalla musica, sostarono in una locanda del paese. Per quanto non indossassero l'abito religioso, un uomo li riconobbe, si avvicinò loro proferendo queste parole in un latino maccheronico costruito sulla base del djerc, perché nessuno potesse comprendere: « Bilaverom d'ici, fafis ! Non trepaveron cum gaiettorum ». I tre chierici, ben conoscendo sia il latino sia il gergo, si accomiatarono e ripresero il loro cammino.

L'espressione, che si compone delle parole gergali bîlla (andarsene di nascosto), faffo (prete), trepà (danzare) e gayette (ragazze), si traduce letteralmente come "Squagliatevela da qui, preti ! Non ballate con le ragazze".

Bibliografia

  • Cesare Poma, Il dialetto di Ayas, G. Candeletti, Torino, 1884.
  • AA.VV., Ayas: storia, usi, costumi e tradizioni della valle, con fotografie di Gianfranco Bini, Società guide Champoluc, vol 1-2, Ayas, 1968.
  • Sandrino Béchaz, Saggio lessicale sulla parlata di Ayas, Università di Torino, 1969, pp. 441-446.
  • Sandrino Béchaz, I Walser di Ayas, in "Notiziario del Monterosaski", n. 2, Brusson, 1982, pp. 26-29.
  • Odon-Evald Obert, Euna pegnà dè cointo forà, Tipografia Valdostana, Aosta, 1994.
  • Saverio Favre, Luigi Capra, Giuseppe Scaglio, I sabotier d'Ayas. Mestiere tradizionale di una comunità valdostana, Priuli & Verlucca ed., Ivrea, 1995
  • Gabriella e Gian Piero Morchio, Teutsch Aiatzer-Thal: la presenza walser ad Ayas, Genova, 1999.

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